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mercoledì 25 febbraio 2009

C'era una volta - Cap.IX

A parte i primi giorni di pioggia, mai pesante ma sempre continua, il sole aveva fatto da contorno a tutta quella settimana in paese. Che giornate fantastiche, sempre uguali negli anni, ma ogni anno più belle. In un paese così piccolo non poteva sperare di incontrare nuove facce, le conosceva già tutte. Capitava purtroppo, e ogni anno con maggiore frequenza, che qualcuna di quelle facce andasse via. Chi fuggiva perchè troppo giovane per sognare una vita intera nel minuscolo centro abitato, e chi se ne andava, perchè ormai troppo vecchio, avendo terminato i propri passi sul sentiero dell'esistenza. Si chiedeva quanto tempo ci sarebbe voluto prima che tutte le case potessero rimanere prive dei propri inquilini. Seppure con un velo di tristezza, andare a zonzo per il paese la rendeva però sempre felice.
L'odore di antichità, l'aria secca e pulita, i vicoli stretti, i ciottolati, producevano fantasie che difficilmente potevano nascere in altri luoghi. In città tutto era serio, rigido, calcolato, e poco spazio lasciava all'immaginazione. Ma qua era diverso. Era facile immaginare le janas volare per le strade in cerca di compratori per i loro magici abiti. Non sembrava impossibile che uno strano esserino con sette cappelli potesse attirare i meno astuti al confine del paese. Poteva facilmente sentire gli zoccoli de su erkittu che si lancia in una folle cavalcata, pronto per portarsi via un'anima malandrina. Storie, racconti, favole, tutte fantasie che qui potevano vivere senza la minaccia del Signor Dubbio. Qui erano nate, e di bocca in bocca avevan percorso tutti i territori circostanti. A volte cambiavano i nomi, alcuni particolari si perdevano, o si adeguavano ai diversi centri, ma il significato restava lo stesso. E poi arrivarono le città. E qui la fantasia si perde. Sedotta da mercanti e affaristi la mente dell'uomo si dedica agli affari, dimenticando troppo facilmente spirito e spiriti. Sospirò. Fortunatamente conosceva ancora tante persone che non volevano mettere da parte le vecchie storie, pronte a raccontarle ancora, a portare avanti quella tradizione che pian piano si andava perdendo.
Il vento era forte. Seduta sul muretto a secco, immersa nei propri pensieri, non si era resa conto della stranezza di quel vento. In paese il vento non soffiava mai. Le montagne che lo circondavano solitamente lo proteggevano, formavano una sorta di cortina invalicabile. Eppure quella sera soffiava. Ma se li soffiava così forte chissà in che situazione si trovano i paesi oltre le montagne, e ancor peggio la pianura vicino alla costa. Foglie e polvere si sollevavano. Vide delle pigne, strappate agli alberi natii, rotolare rapide lungo la strada. Sempre più veloci, lanciate verso il punto più in basso della strada, volavano giu per il curvone; volavano giu in quella scarpata in cui tanti anni prima suo padre era volato giu con la bicicletta, venendone fuori totalmente illeso. Questo, perlomeno, era ciò che le avevano raccontato. Un'altra di quelle storie di paese, ricca di particolari precisi e intriganti, tanto diversa dalla descrizione di un incidente cittadino che potevi leggere sui quotidiani.
Scese dal muro. Iniziava a farsi tardi. L'ora di cena si stava avvicinando, ed Erica non voleva assolutamente che la zia si arrabbiasse con lei. Era una donnina tanto buona e vitale. A discapito della sua età era ancora al pieno delle proprie forze; forza che non osava nascondere, e che arrivava ad esplodere in determinate occasioni. I ritardi all'ora di cena erano una di queste. Ogni volta che arrivavano a casa sua, dopo averli baciati e abbracciati, tirava le orecchie a lei e al fratello e ricordava a entrambi che si cenava alle otto e trenta in punto, non un minuto più tardi. Nel caso durante la giornata avessero dimenticato questo avvertimento, ci pensava sempre lo zio a ricordaglielo. Ogni giorno usciva di casa inotrno alle sette, e seppur la moglie per l'ennesima volta, così come aveva fatto per 50 anni di matrimonio, gli aveva ripetuto che la cena sarebbe stata pronta alle otto e trenta, lui rientrava con un ritardo variabile, tra i cinque e i venti minuti. Quello era un momento imperdibile della vacanza in paese. Appena lo zio metteva piede in casa lei scattava giu dalla sedia a dondolo, su cui passava i minuti di attesa sbuffando e boffonchiando, e correva verso il parapetto dell scale. Arrivata qui si sporgeva e cominciava a gridare. Una potenza vocale degna di una cantante lirica, arrivava dal profondo ed esplodeva lungo la tromba delle scale rimbombando, inseguita dal forte eco che la vecchia casa produceva. Le urla duravano alcuni minuti, cioè tutto il tempo che il povero zio impiegava per percorrere le 6 rampe di scale. Era uno spettacolo davvero imperdibile, non solo per la dimostrazione delle possibili energie che possono esser nascoste dentro una vecchina baffuta, ma soprattutto per il suo effetto collaterale.
Immaginate un vecchio quasi ottantenne che percorre le sei rampe di scale di una vecchia casa, in cui il concetto di pianerottolo per il riposo non era mai arrivato, senza l'aiuto di un bastone o di un corrimano. Mentre i primi gradini venivano superati con agilità, la seconda parte della salita si tramutava in uno sforzo immane per l'anziano zio, diventando assolutamente insormontabile a metà dell'ultima rampa. A questo punto iniziava il vero spettacolo. Quando ormai era chiaro che quelle vecchie gambe non avevano più la forza per affrontare da sole quella prova, altre due gambette, corte, tozze e piuttosto grassocce, correvano in loro aiuto. Nel momento in cui lo zio dimostrava di non avere più le energie per affrontare la salita, le urla terminavano, e la zia si lanciava in suo soccorso. Tutto l'amora coltivato in decenni di matrimonio mostrava ancora una volta la sua vitalità, il suo fuoco non ancora spento. In un abbraccio tenerissimo percorrevano quegli ultimi gradini, con forse più affetto di quello che avevano provato discendendo la gradinata della chiesa nel giorno del loro matrimonio. Nessuno li poteva aiutare, chiunque si fosse proposto veniva fulminato dallo sguardo di lei. Era una scena bellissima, un'immagine favolosa, talmente suggestiva e semplice che il più grande dei registi avrebbe pagato oro per poterla riprodurre. Il più grande degli effetti collaterali, che avrebbe reso davvero prodigioso qualsiasi medicinale.
Passavano i minuti, e con essi i pensieri le attraversavano la mente, accompagnandola nel tragitto verso casa. Invidiava gli zii, e sognava un giorno di poter vivere gli stessi momenti. Attimi e situazioni che a volte le sembravano sempre più lontani. Faceva sempre meno progetti. Ogni giorno che passava cercava di vivere la propria vita nella più assoluta semplicità, senza particolari speranze. Prendeva le proprie decisioni passo passo, sicura delle proprie scelte, e senza lanciarsi in situazioni poco sicure. Viveva stati d'animo di assoluta serenità, a volte esageratamente sereni, quasi apatici. Ma anche questo era solo un momento, uno dei tanti che si era vista passare davanti. Rifletteva così profondamente che non si rese conto della panchina che si trovava sul suo cammino. Ci sbattè contro. Dopo un primo attimo di smarrimento una folata di vento le gettò in faccia una nube di foglie giallastre, dure e graffianti. Come uno schiaffo in pieno volto l'aria pungente la riportò con i piedi per terra.
Era quasi arrivata a casa. Solo un'ultima curva e la piazza grande la separavano dalla cena. Camminava a passo svelto, o almeno era la sua intenzione. Il forte vento limitava tantissimo il suo cammino.
Il rallentamento non fu però del tutto negativo. Voltò la faccia di lato, per evitare che troppa polvere le finisse sugli occhi, in direzione della piazza. Sul fondo, vicino agli alberi più vecchi, scorse una figura conosciuta. Seduto su una panchina, con in mano un libretto rosso, e lo sguardo rivolto verso le montagne, lo zio spiccava nella desolazione della piazza. Chissà cosa stava facendo. Era quasi ora di cena, magari stavolta poteva arrivare puntuale, almeno per una volta in vita sua. Si avvicinò. Lo chiamò più volte, ma il vento disperdeva ogni parola, e lui non sembrava accorgersi di nulla. Arrivò al suo fianco. Lo salutò, ma non ebbe risposta. Lo osservò bene, da capo a piedi. Stava li seduto sulla panchina, immobile, vestito con i suoi pantaloni grigi, la camicia e il suo impermeabile. Portava un cappello scuro, che contrastava con il colorito del viso. Bianco, con gli occhi chiusi, cereo come una statua. Gli tocco la mano, gelida. Lui aprì gli occhi. Rispose al tocco della nipote e la invitò a sedersi di fianco a lui. Non proferì una parola. Lei si sedette, senza protestare. Lo guardava, ma lo sguardo di lui era perso verso le vette lontane. Provò a parlare, ma lui la bloccò. Le fece un cenno con la mano, le chiedeva di aspettare. Così fece.
I minuti passarono e l'ora della cena era ormai passata, stavolta anche lei si sarebbe presa una bella strigliata dalla zia. Non poteva sperare nella stessa clemenza che, tutti i giorni, la donna riservava al proprio marito. Di minuti ne passarono altri. Non guardò l'orologio, ma si rese conto del tempo che fuggiva. Guardò ancora una volta l'anziano uomo. Non sembrava il vecchio gracile che tutti i giorni girovagava per la casa. Stava li, immobile, totalmente disinteressato al vento freddo, trasmetteva una strana forza. Sembrava quasi uno di quei colossi leggendari che si dice proteggessero le città di porto dall'attacco dei nemici. All'improvviso una mossa. Si alzò in piedi. Non si era aspettata questo scatto. Le enormi sopracciglia la guardarono, poi si accorse che anche gli occhi la stavano fissando. Una mano si sporse verso di lei. Con un gesto colmo di un'antica cavalleria la aiutò ad alzarsi, la prese a braccetto e s'incamminarono verso casa. Quando ormai si trovavano a mezza strada le parlò. Doveva avvisarla che purtroppo non l'avrebbe potuta aiutare a percorrere le scale. Lei, con un sorriso sulle labbra, dettato più dalla sorpresa dell'affermazione che da ironia, le chiese il perchè. Lui le spiegò che la zia era una donna gelosa, mai avrebbe accettato che un altra donna abbracciasse il suo uomo. La zia era ancora un donna focosa le disse.
Rise. Rise con grande spontaneità. E lui rise con lei, compiaciuto per l'effetto ottenuto.
Erano quasi arrivati alla porta, lui le prese la mano e gliela baciò. Rispose con un inchino, divertita da questo gioco di galanterie. Il vento diminuiva. Le foglie e la polvere venivano sostituiti dalle note di una canzone. La voce di Fabrizio De Andrè scandivano le parole de "La Città Vecchia". Veniva da casa loro. Chissà, suo fratello, o sua madre, o magari era stata la zia; no, la zia no, le brontolava seduta sulla sedia. Cedette il passo allo zio, che entrò in casa per primo.
Ripensò a quanto ancora sarebbe durato questo viaggio, sulla carta ancora lungo, ma effettivamente infinitamente corto...

...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!

domenica 4 novembre 2007

C'era una volta - cap.VIII

Era una magnifica, grigia, e cupa mattina di Ottobre. La pioggia cadeva leggera sulle foglie gialle e sui rami secchi delle piante in giardino. L'odore della terra bagnata era ovunque, e anche da la sopra lei riusciva a riempirsene i polmoni. Erano poche le cose che la rilassavano come le visite agli zii in paese. Anche quest'anno, come da 24 anni a questa parte, l'ultima settimana di Ottobre era dedicata all'incontro con i parenti. Tanti amici non capivano cosa ci potesse trovare di così bello in questa sfacchinata: 3 ore in macchina, un viaggio tutte curve, per raggiungere uno dei paesi più sperduti della regione. Ma sapete il viaggio non era l'unica nota comunemente negativa. Aggiungete l'assenza di televisione, telefono, internet, scarsissima ricezione dei cellulari, pochissimi giovani e una quantità di vecchi rimbambiti che sanno tutto della tua vita pur non avendoli mai visti. In paese era un idolo per gli anziani. 

  Sua madre non aveva mai smesso di tenersi in contatto con i parenti di suo padre, e sua zia non aveva mai smesso di raccontare a tutti quanti di quanto fosse in gamba questa nipote cittadina. Conosceva pochissime persone che parlavano così tanto, neppure una delle sue amiche, nota a tutti come una tra le ragazze più logorroiche della città, era capace di battere quella parlantina fulminea. Sembrava quasi non prendesse mai il respiro. Era buffa e dolcissima, la tipica donnina che ha lavorato tutta la vita e non conosce la stanchezza. Bassa con la schiena un po curva, vestita sempre con una larga gonna pesante ed un maglione fatto a mano, la faccia tonda e un po lucida, circondata da una peluria leggera, comune a tutte le donne di una certa età che non si son mai curate troppo del loro aspetto, che culminava con dei veri e propri baffi che da anni avevano ormai preso alloggio sotto il suo naso.
  Ad equilibrare le energie dell'anziana zia ci pensava però lo zio. Alto, magrissimo, viso tirato, folti capelli bianchissimi tirati sempre all'indietro, un enorme naso arcuato al centro del viso, un paio di sopracciglia  che potevan sembrare degli spazzolini da denti, e infine due esilaranti mazzi di peli che spuntavano dalle orecchie. Camicia bianca e pantalone in cotone grigio erano la sua uniforme. Col caldo e con la neve, col vento e con la pioggia, lui restava sempre vestito così, al massimo poteva aggiungere un pesante cappotto quando proprio le temperature diventavano artiche. Era tanto sordo quanto rimbambito. Non ricordava di aver mai sentito una discorso razionale fatto da lui, sempre storie fantastiche e assolutamente irreali, degne di uno stereotipo vivente qual'era lo zio. Ogni volta che ci pensava era sicura che egli stesso sarebbe potuto benissimo essere un personaggio di una storia che cominciava con un "C'era una volta".
  Si, il pensiero di passare alcuni giorni con questi simpatici vecchietti la inebriava davvero, e stavolta c'era qualcosa che l'aveva galvanizzata ancora di più: stavolta avrebbe guidato lei per tutto il viaggio. Finalmente questo suo sogno si avverava. Sin da piccola, quando ancora era suo padre a portarli in paese, si era sempre chiesta quando sarebbe arrivato il giorno in cui poter intraprendere quel viaggio da sola. Aveva la patente ormai da anni, ma mai la madre le aveva dato l'autorizzazione per percorrere tutta quella strada in macchina. Gli anni però passano per tutti, così quest'anno le chiese se potevan andare con la sua macchina e se poteva guidare lei, non si sentiva troppo bene e non era sicura di poter affrontare quel viaggio al volante. Questa proposta sarebbe bastata per rendere Erica felicissima, ma la madre fece qualcosa in più: le promise che se avesse guidato in maniera responsabile, d'ora in poi avrebbe avuto l'autorizzazione per andare in paese in qualsiasi momento avesse voluto. Non poteva crederci, quel suo piccolo sogno personale si stava finalmente realizzando.
  L'orario di partenza era previsto per le tre del pomeriggio, ma a metà mattina la macchina era già a pieno carico. Controllarono più volte di aver preso tutto il necessario per il viaggio, e più volte rilessero la lista degli oggetti superflui che sua madre le aveva chiesto di caricare. C'era tutto non mancava nulla. Ancora una volta diede una controllata alle gomme, e poi alle luci, fece qualche prova di frenata, tutto perfetto. La macchina era stata revisionata un mese prima, e 2 giorni prima le aveva anche fatto cambiare l'olio. Era pienamente soddisfatta dei suoi preparativi. La pioggia, che cadeva ininterrotta dalla mattina, non la preoccupava affatto.
  Fecero un pranzo veloce, abbastanza leggero, tanto già sapevano che la cena di stanotte sarebbe stata degna di uno zar di Russia. Con lei al volante, la mamma al suo fianco, e il fratello seduto dietro, la sua personalissima carrozza percorse i primi dei tanti metri, che la attendevano in questo lunghissimo viaggio. E si trattò davvero di metri. Un enorme fumata bianca uscì dal motore proprio poco prima che lei arrivasse alla fine della sua via. Questa prima fumata fu seguita immediatamente da un'invasione di vapore acqueo che dal motore, passando per i bocchettoni dell'aria condizionata, riempirono totalmente l'abitacolo del veicolo.
  Saltarono subito fuori dalla macchina. Già sapeva quel che sarebbe successo, e il grido isterico arrivò ancor prima che lei finisse il pensiero.
  Sua madre era la persona più pacata della terra, sempre che qualcosa non le facesse saltare i suoi precisissimi piani. Anche stavolta non si fermò minimamente a pensare cosa fosse successo, non diede il tempo ai neuroni e alle sinapsi di mettersi in collegamento così da permetterle di ragionare su quel che stava per dire. Un'eruzione esplosiva di frasi invettive scaturirono dalla sua bocca, nessuna delle quali avesse la possibilità di porre rimedio alla situazione, ma tutte con l'unico scopo di appiattire l'animo della figlia. Pensò che se avesse paragonato l'animo umano ad un qualsiasi arcipelago oceanico, lo scatto della madre avrebbe provocato lo stesso danno del vulcano Krakatoa, l'avrebbe polverizzato. La forza di questo sfogo non stava tanto nella potenza sonora di quelle urla quanto nella sottigliezza delle cattiverie che portavano dentro. Sapeva esattamente come colpire i punti nevralgici dello spirito di coloro che aveva davanti, e riusciva quasi sempre ad atterrire chiunque, anche il carattere più caparbio.
  Subì sotto la pioggia tutto il roboante discorso, venne colpita da ognuna delle frecce scagliate dalle corde vocali della madre ancora sotto la pioggia, e sostenne tutto il peso della rabbia che veniva gettata contro di lei sempre avvolta dalla leggera pioggia che le bagnava i vestiti. Guardò il fratello. Una faccia plumbea, cupa, quasi fosse stato lui il bersaglio dell'attacco, ed invece era stato risparmiato dalla carica di bufali che in quel quarto d'ora infinito aveva calpestato e devastato la strada che dalla bocca della madre portava direttamente ai loro timpani. Sorrise, chiese alla madre se aveva finito, e se finalmente poteva dare uno sguardo al motore visto che probabilmente il cofano si era finalmente raffreddato con tutta quell'acqua. 
  La schiettezza della risposta fu così inaspettata che quasi stordì la madre, che si zittì di colpo. Il silenzio improvviso era la perfetta colonna sonora per quel momento. Si avvicinò al motore e diede uno sguardo. Aperto il cofano gettò l'occhio qua e la, ma oltre alla striscia d'acqua che stava in strada non capì assolutamente nulla di quel che poteva esser successo. Certo studiava ingegneria, ma era comunque una ragazza e i motori non erano il suo forte. Fece la sola cosa che poteva fare. Rabboccò il livello dell'acqua, accese il motore, e con i finestrini totalmente abbassati e la testa di fuori si recò dal più vicino meccanico. Il fratello quasi ripresosi dallo shock, la guardò andar via. Poi guardò la madre. Era ancora stordita dai gesti della figlia. La pioggia continuava a cadere leggera.
  Si allontanò da li, compiaciuta delle sue azioni. Non aveva intenzione di permettere ad un brutto difetto caratteriale di sua madre di rovinarle il sogno, così come aveva deciso che i suoi difetti non avrebbero più preso il sopravvento nelle sue azioni. Era lei a guidare, e lei avrebbe ottenuto quel che voleva, non poteva permettersi inutili sbandate.
  Passò circa un'ora. Il suono del clacson si sentì fino al salotto. Madre e figlio uscirono di casa. Il sorriso a 32 denti spiccava nell'immagine scura della macchina. Con un ampio gesto della mano la ragazza li invitava a saltare sull'auto; decisero di approfittare di tutto questo entusiasmo. Salirono rapidi sul fuoristrada cercando di bagnarsi il mano possibile. Il ritmico "Boogie" di Paolo Conte li abbracciò e rilassò. Guardò la madre, sorrise ancora, e ripartì verso il suo piccolo sogno.
Riprese a pensare che imparava ogni giorno a tenere sempre più salde le mani su quel volante...

...continua... 

...Sacra & Pura Follia!!!


giovedì 7 giugno 2007

C'era una volta - Cap.VII

    La serata non prometteva nulla di particolare, però aveva proprio voglia di fare qualcosa di alternativo. Probabilmente se fosse andata al pub con gli altri avrebbe trascorso una serata serena, tranquilla, ma sarebbe stato un po come stare a casa. Già, perché gli altri erano per lei una certezza, un caposaldo della sua vita, senza il quale si sarebbe sentita come un musicista senza i propri strumenti, un artigiano senza la creta. Insomma con loro stava proprio a suo agio, ma stasera aveva bisogno di qualcosa di diverso.
   Come la manna dal cielo le era piovuta addosso una proposta inusuale, ma quantomai adatta al suo stato d'animo. Allacciò gli stivali, neri, lucidissimi. Arrivavano fino al ginocchio, il tanto giusto per lasciare scoperti appena una ventina di centimetri di gambe prima di lasciare spazio al pezzo migliore della serata. Una gonna nera, aderentissima, tutta in pelle, con due spacchi sui fianchi che terminavano un po prima dell'orlo. Insomma, erano più due buchi, due fessure, che si allargavano e stringevano seguendo perfettamente i suoi movimenti. Conosceva alla perfezione il fascino esercitato dalle sue gambe sui ragazzi, e sapeva valorizzarlo al momento giusto. Solitamente non le piaceva ostentare il suo fisico, curarlo ed esaltarlo si, ma senza mai esagerare. Stanotte era però una serata particolare, qualche follia in più si poteva fare. A completamento dell'opera aveva messo su un top, anch'esso nero, con scollatura ampia, così da lasciare le spalle a vista, maniche a tre quarti, e schiena a vista, intersecata solo da un fascio di lacci che creavano un eccentrico effetto ragnatela. Trucco un po più pesante del solito e capelli al vento. Era pronta.
   Uscì dal bagno, andò in camera, prese borsetta e giacca, poi si avviò verso le scale. Come sempre passò davanti alla camera della madre. La guardò e la salutò con un cenno della mano, lei in risposta fece un gran sorriso di approvazione e le augurò una buona serata. Fece le scale. Anche se non era abituata a portare stivali così alti non ebbe nessun problema a scendere, anzi le percorse con grande rapidità. Prese le chiavi della macchina e varcò l'uscio di casa. Attraversato il giardino si trovò di fronte alla macchina. Sorrise. Certo che una macchina del genere non era proprio la più adatta alla serata: un vecchio fuoristrada regalatole da suo zio per il diploma. Adorava quella macchina, era proprio come lei: forte, grintosa, informale ed eccentrica. Però stavolta dovette ammettere che non era proprio la carrozza adatta per questo ballo, se in più aggiungeva il fatto che non la lavava da almeno qualche mese, anche la più bella delle principesse avrebbe perso colpi scendendo da la sopra. Ma a lei che importava, non andava certo li per sfoggiare la sua macchina.
    Solito pulsante e le luci lampeggiarono. Salì sul bolide, accese il motore e si avviò verso il Maroone. In meno di 5 minuti si trovava fuori dalla città, e i continui filari di alberi piantati lungo la strada statale già si preparavano ad essere i suoi unici compagni per i restanti 20 kilometri di curve. Aveva dato appuntamento alla collega direttamente sul posto, visto che lei abitava nelle vicinanze e che comunque ci sarebbe stata un'altra sua amica a farle compagnia.
Dopo circa 15 minuti iniziò a vedere le inconfondili luci del Maroone. Aveva aperto da appena alcuni mesi era già diventato un punto di riferimento per tanti dei ragazzi della zona. Sicuramente non lo era per lei e per i suoi amici. Ma stasera ci sarebbe stata una serata diversa, e a lei sembrava proprio si adattasse al suo stato d'animo.
   Altri 5 minuti di strada, il tempo di trovare parcheggio, e già si trovava di fronte l'ingresso della discoteca. Non amava andarci, anzi solitamente non faceva proprio per lei; solitamente preferiva i pub o meglio ancora qualche bel concerto. Ma oggi doveva essere una giornata alternativa, un po rivoluzionaria. Aveva bisogno di cambiare aria, di vedere persone diverse per uscire fuori da quella strana apatia che la attanagliava da giorni. Era previsto un Dj Set di sola musica Techno ed Elettronica, movimento costante senza mai fermarsi, senza un attimo di respiro. Chissà se era in grado di scacciare la sua non-voglia di fare qualsiasi cosa.
    Si diresse verso l'ingresso, diede un rapido sguardo e in un attimo individuò la sua amica. Era sola, che strano. Si avvicinò, si salutarono e poi chiese dove fosse l'altra ragazza. Ricevette una risposta secca, senza troppo entusiasmo: era tornata insieme al suo ex ragazzo per cui stasera sarebbe uscita con lui. Peccato, le avrebbe fatto piacere ci fosse anche lei. Senza troppe chiacchiere inutili si avviarono verso l'ingresso. Il biglietto era di venti euro, quindici per le coppie. In un attimo rimorchiarono due tipi, pagarono il biglietto, e in men che non si dica li avevano già abbandonati. L'ingresso del Maroone era un lungo corridoio scuro, illuminato unicamente da dei rari faretti rossi. I soffitti bassi la metteva sempre a disagio, ma con i tacchi superava di misura il metro e ottanta, e il passaggio le sembrò molto più simile al cunicolo di una galleria che l'ingresso di una discoteca. Alla fine del corridoio una tenda rossa separava le sale principali dall'accesso. Un leggero fumo, colorato di rosso dalle uniche luci presenti, fuoriusciva dalla sala principale per stabilirsi nell'antro e rubare il già poco ossigeno presente.
   Arrivarono di fronte al telo. Lo scostarono. Un baccano terrificante le inondò, le avvolse e iniziò a torturare i loro timpani. Dopo l'inaspettato ingresso diede un rapido sguardo alla sala: oltre 400 metri quadri venivano sfruttati come pista da ballo, attorno a questo una serie di banconi-bar servivano da bere alla clientela, e sul lato esattamente opposto al loro stava il palco, con su i due Dj della serata!
   La sala era quasi piena, ma di gente ne sarebbe arrivata altra. Anche stavolta le norma di sicurezza sarebbero andate a farsi benedire e quel luogo sarebbe diventato un vero e proprio carnaio, senza un centimetro di spazio per respirare. Perfetto era proprio ciò che voleva. Attanagliate dal baccano si avvicinarono al guardaroba, pagarono i 3 € e lasciarono li giacche e borse. Erano pronte per entrare in pista. Pian piano si avvicinarono al limite più esterno delle massa di persone. Iniziò a ballare, e Simona la seguì istantaneamente. Finalmente poteva concentrarsi sulla musica, e il baccano pian piano cominciò a prendere forma, diventando sempre più simile ad una velocissima ed incalzante melodia.
    La loro posizione la stancò presto. Non era questo che voleva, non le andava di stare così all'esterno. Voleva stare al centro, essere uno dei centri nevralgici della serata. Voleva farsi notare, e voleva sfruttare al massimo quel che la natura le aveva donato. Presa l'amica per la mano e la trascinò in mezzo alla gente. Lei non fece resistenza, forse aspettava proprio questo, ma non aveva avuto il coraggio di fare il primo passo. Più si avvicinavano al centro e più si faceva difficile avanzare. La gente era tutta accalcata sotto le tre sfere specchiate che ruotavano al centro della sala. Le luci dei faretti si riflettevano su questi giganteschi specchi sferoidali, rimbalzavano da tutte le parti, veloci come la musica che le ritmava. L'ambiente scuro veniva tagliato dal continuo alternarsi delle luci,  tantissime ma non abbaglianti. Tanti fasci luminosi, che trasformavano i visi attorno a loro ad ogni passaggio, ad ogni variazione cromatica.
   Non era possibile distinguere le persone che le stavano accanto. Sapeva solo che erano tante, sapeva che tante la fissavano, e sapeva che non avrebbero smesso finché fosse rimasta la in mezzo. Si muoveva frenetica, pervasa dalla musica e dalla luce stordente. Uno strobo sopra di lei ad ogni lampo la fissava in una posizione differente, fotogrammi di una pellicola che cambiava ad altissima velocità. si piegava, ancheggiava, si faceva spazio, anzi, creava il suo spazio. Nessuno poteva entrarci senza che lei lo permettesse. Sempre più veloce. Sempre più pervasa. Un movimento incalzante, irrefrenabile, guidava il suo corpo. E tutti li ad osservarla. Come se un estasi mistica avesse preso il sopravvento su di lei. Una tarantola impazzita, un irrefrenabile Ballo di San Vito, una fluidità degna di un cobra ma con la stessa intensità di una crisi epilettica. Difficile da spiegare per chi non la vide. E tutti li la guardavano. E lei lo sapeva. Soprattutto lei guardava loro.
   Già. In questo turbinio di luci, musica e corpi in movimento, non smise mai di osservare ciò che le succedeva attorno. Due ragazzi che si baciavano di fianco a lei. Un gruppetto di altri tre che le ballavano vicino. Due ragazze che la guardavano con invidia e odio. Il ragazzo che tentò più volte di abbracciare la sua amica, e alla fine si accontentò di metterle una mano nel sedere e fuggire. Ma non finiva qui. Ancora un'altra coppia che si baciava, stavolta etero. Un tipico fighetto, figlio di papà, totalmente scoordinato, che si dava arie da gran ballerino. Un gruppo di tre ragazzine, non più che diciottenni, che venivano abbordate da uno schifoso quarantenne.
   Capelli brizzolati, doppiopetto e pantaloni neri, camicia nera ed una cravatta rossa. Barba mal curata, tanti segni sulla faccia, crateri lunari forse cicatrici di una caparbia acne giovanile. Le faceva schifo che un tipo così si avvicinasse a quelle ragazzine. Ma non poteva farci nulla, o meglio non voleva farci nulla. Continuò fortunatamente ad osservare la scena. Il peggio non era ancora arrivato.
   Con aria spavalda, da uomo vissuto, anche se l'unica cosa su cui poteva aver vissuto erano le cosce di qualche puttana d'alto borgo, tirò fuori un sacchetto dalla giacca. Una bustina trasparente, con dentro alcune palline bianche. Era lontana, ma capì subito che si trattava di qualche pasticca. Schifezze chimiche che ti fottono il cervello in men che non si dica. Avvicinò il sacchetto alle ragazzine, lo aprì e le invitò a prenderne una. Erica non ci vide più. Si avvicinò al porco, senza smettere di ballare. Si avvicinò e lo avvinghiò al petto. Rimase sorpreso, inebetito, con quel sudicio sacchetto nelle mani. Lei lo abbracciò, e con una gomitata glielo fece cadere. 
   Le ragazzine si allontanarono con aria stizzita, non capendo quanto dovessero esserle riconoscenti. 
   Ora però era lei nei guai. La perdita delle pasticche aveva suscitato nell'uomo un interesse molto minore rispetto all'approccio della ragazza. In un attimo approfittò della situazione strinse le braccia attorno a lei. La tirò a se, spalancò la bocca e tentò di leccarle il collo. Purtroppo la stretta era tropo forte e non riuscì a tirarsi indietro. Un brandello di carne bavosa le sfiorò il collo. Come un reazione allergica tutti i peli del suo corpo si rizzarono, una pelle d'oca istantanea come mai l'aveva provata. Fortunatamente lui lasciò un po la presa e lei riuscì a sganciarsi. Provò ad allontanarsi, ma una besti affamata difficilmente molla una preda appetibile. Così la seguì. cercò la sua amica, ancora alle prese con il ragazzo di prima. Stavolta però non ne stava rifiutando le avance, anzi, le aveva accolte con grande fermento. Inciampò sui tacchi, e cadde sull'amica. Il ragazzo la aiutò ad alzarsi. Le chiesero se andasse tutto bene. Lei si guardò attorno e vide che il porco si era allontanato. Fece un cenno affermativo con la testa, poi li invitò a prendere qualcosa al bancone.
   Mentre si avviavano verso uno dei banconi la musica cambiò un po, partì "Leave Home" dei Chemical Brothers. I DJ rallentavano i ritmi, forse la serata si accingeva al termine. Seduti al bancone raccontò all'amica e al suo nuovo conoscente cos'era successo. Poco prima di terminare il racconto vide il vecchio che usciva dalla discoteca abbracciato ad una donna. Sospirò.
   Ripensò a quanto questa serata era stata alternativa e si chiese come potesse andare a finire...

   
...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!

mercoledì 14 marzo 2007

VI Era una volta

    Passo dopo passo il vento aumentava, sempre di più, sempre più forte. Continuò camminare. Mancava ancora qualche minuto prima di poter finalmente arrivare alla sua meta. Non aveva ancora smesso di pensare alla situazione che si era lasciata alle spalle. Un bel sogno per lei: una famiglia. Un giorno le piacerebbe averne una tutta sua. Dei bambini da crescere, educare, coccolare. Ma la sua famiglia sarà diversa da quella in cui ha vissuto, niente litigi, incomprensioni e tutte quelle situazioni che a volte la rendevano così sgradevole. Si lei sarà diversa, e anche la sua famiglia. Continuò a camminare avvolta da questi pensieri ancora per un minuto, poi la sua attenzione si spostò su un altro problema.
    Aveva percorso quella strada tantissime volte prima di mettersi assieme a lui. 100, 200, forse 1000 volte, ma ormai era passato tanto da quando l'aveva percorsa l'ultima volta. Era passato così tanto tempo da non sapere che al posto della vecchia strada sterrata, che percorreva per superare l'ulitmo tratto che la separava dalla chiesetta, ora c'era una piccola villetta. Non le ci volle molto per capire che sarebbe stata obbligata a fare un'altra strada, molto più lunga, oppure tornare indietro. Si potrebbe pensare che si tratti di una scelta da poco, ma non è così. Tutt'altro.
Percorrere quella strada era per lei una sorta di rito, una cerimonia che l'aiutava a pensare, a liberarsi di angosce e paure, a volte percorrendo quel cammino era arrivata alla soluzione di alcuni tra i più difficili problemi che aveva dovuto affrontare. Era su quella strada che aveva scelto in quale facoltà iscriversi; ora quel percorso era diverso. Cosa fare?
    Una sorta di bivio improvviso, inaspettato. Cambiare strada avrebbe tolto molto al significato che avevano per lei quelle passeggiate. Non sarebbe stata la stessa cosa, non avrebbero più avuto la stessa forza. Forse era il caso di tornare indietro. Ormai stava crescendo, certi atteggiamenti prima o poi li avrebbe dovuti abbandonare. Non era più una bambina, non avrebbe più avuto bisogno di certi riti per mandare avanti la sua vita. Forse il destino aveva deciso di darle una mano. Un cambio di rotta, fondamentale per lei. Riuscire a cambiare le proprie abitudini è spesso un bene, e forse per Erica era arrivato il momento di migliorare. Si era così: il fato le stava dando un segnale ben preciso. Cambia, cresci, basta sciocchezze, basta con queste inutili fantasie, basta con i falsi riti. Non era certo quella strada a poterle cambiare la vita, non erano quelle passeggiate ad aiutarla a prendere le sue decisioni. Ci ragionò un po sopra. Quelle camminate erano un modo per dedicarsi del tempo, ma non erano l'unico metodo per farlo. Poteva benissimo stare in casa a ragionare, oppure fare un altro giro. Nessuno la obbligava ad andare a quella vecchia chiesetta. Certo era affascinante, ma lei non era neppure cattolica.
    Sorrise, guardò la strada di fronte a se, anche il vento la spingeva indietro, verso casa. Si voltò e fece il primo passo per tornare verso casa sua. Era iniziato il suo mutamento. Un secondo passo. Un terzo. Il quarto. Stop. Non doveva tornare indietro. Si stava facendo travolgere dagli eventi. Stava permettendo che la sua vita venisse pilotata da qualcos'altro, qualcosa che non era di certo la sua volontà! Si era fermata a ragionare, a pensare sulla decisione da prendere, e probabilmente aveva preso quella sbagliata. Si era lasciata andare ad una serie di macchinazioni, masturbazioni mentali totalmente inutili. Voleva andare alla chiesetta. Provava piacere a farlo. Allora l'avrebbe dovuto fare senza pensarci troppo. Porsi una meta e raggiungerla ad ogni costo, questo doveva essere il suo obiettivo. Troppo spesso si era lasciata andare ad inutili come e perchè, e tanti risultati le erano sfuggiti. Doveva cambiare, doveva mettere in moto la propria rivoluzione personale. Scegliere senza troppe complicazioni. Scegliere e non pentirsi della scelta. Certo non sempre le sarebbe andato tutto alla perfezione, ogni tanto avrebbe preso la strada sbagliata, ma l'importante era avere una meta sicura. Sicura era la sua meta, e ancor più fermo e sicuro fu il suo passo verso la chiesa. Case, vento, pioggia, deviazioni, nulla l'avrebbe dovuta far desistere. Lei, e soltanto lei, doveva prendere decisioni sulla sua vita. Mai più avrebbe dovuto imputare una scelta a "cause esterne", lei era l'unico architetto del proprio destino. Si rese conto di aver capito una cosa fondamentale: non si sbaglia a porsi domande, anzi è interrogarsi è giusto, l'errore sta nel soffermarsi troppo sul perchè dei problemi, invece di domandare a se stessi come superarli.
    Il lettore ebbe un improvviso sussulto e "Drunken Lullabies" dei Flogging Molly invase l'ambiente attorno a lei. Si appoggiò ad una parete, prese il trinciato ed una cartina. Aveva voglia di fumare, e l'avrebbe fatto. Anche se contro vento. Lo voleva e l'avrebbe fatto. si Incamminò verso la chiesetta.
Riprese a pensare al fatto che tutto questo vento l'avrebbe potuta portare via...

...continua...


...Sacra & Pura Follia!!

venerdì 8 dicembre 2006

V'Era una volta...

 Tutto tace; gli unici suoni son quelli prodotti dal venticello leggero che anche questa notte attraversa le strade deserte. Si guardò intorno. La sciarpa stava sul letto, idem il cappotto. Il lettore stava invece sulla scrivania. Lo zaino posato in terra. Bene c'era tutto l'occorrente per uscire, era l'ora di dar il via alla vestizione. In maniera metodica, quasi meccanica, mise su il cappotto, poi lo zaino, la sciarpa e infine il lettore. Ogni passaggio era un po un rito, come i vari passaggi di una formula magica. Tutto successe davanti allo specchio. Immaginò una colonna sonora attorno a lei e le possibili inquadrature da cui potevan esser riprese le varie fasi. Prima il braccio destro che si infila nella manica, poi la ripresa del sinistro, seguita dalla figura intera presa di spalle e sullo specchio contemporaneamente nel mentre che l'aggiusta sulle spalle. A quel punto una bella ripresa dall'alto, che si allontana man mano che i bottoni vengono chiusi. Si passa poi allo zaino. Ecco che lo schermo mostra la mano che acchiappa lo spallaccio che uno strattone vola dritto sulle sue spalle. uno spallaccio su e l'altro resta invece penzolante. Nuovamente una ripresa dello specchio. Tutta l'azione si svolge con assoluta calma, senza nessuna fretta, e sempre accompagnata dalla solita rilassante e serena musichetta di sottofondo. La camera passa ora ad un primo piano. Il viso sorridente riempie lo schermo. L'inquadratura si sposta leggermente per riprendere il rito della sciarpa. Tra tutti i passaggi questo è il più lungo, il più delicato ed importante. Appoggia una prima estremità sulla spalla sinistra, poi comincia il giro. La mano sinistra mantiene la sciarpa mentre la destra circumnaviga la testa, e il rosso serpente si avvolge attorno al collo. E' fondamentale che non si tiri troppo, che non si pieghi, che aderisca totalmente a collo e spalle, stretta ma non troppo. Il primo giro viene completato, la musica continua, e il secondo inizia. Ora si tira un po di più. Un intoppo. La sciarpa è corta. Lo sapeva, ma ogni volta spera non sia così. Ecco il dilemma. Mantenere le due estremità cortissime e fare due giri, fare un solo giro e avere du lunghe strisce di lana bordeaux che penzola davanti al collo, oppure lasciare un'estremità davatni e un indietro. Si provano tutte e tre le opzioni, anche se la scelta è già stata fatta. Già perchè è una di quelle scelte che non cambia mai. Srotola la sciarpa. La riavvolge, dosando opportunamente la lunghezza della prima estremità, per fermarsi dopo un giro e mezzo. Nuovamente un primo piano. Si guarda, sorride. Nello schermo compaiono anche le mani. si sollevano, si avvicinano al viso, e pian piano arrivano fino lle orecchie e le tappano. Anche il tocco finale è stato apportato, gli auricolari son al loro posto. Stop Buona!
Erica si guardò compiaciuta. Aveva fatto proprio un bel lavoro, era proprio soddisfatta, come sempre. Sorrise ripensando all'idea di una telecamera che le girasse attorno. Si chiese se non fosse possibile che la sua vita fosse magari un Truman Show. Controlò il portafoto sul tavolino vicino a lei. Nessuna telecamera. Era salva, pare che nessuno la spiasse. Sorrise ancora e si osservò. Adorava quella matassa di lana che portava al collo. Di un bordeaux intenso, caldo. Aveva fatto proprio un bel lavoro, magari 3 mesi per una sciapra erano un po troppi, ma per essere la prima era già un buon risultato.
La scena al chiuso del film finì, era quindi ora di cambiare colonna sonora. Accese il lettore e si avvia verso la porta. Urlò un saluto, ma nessuna risposta giunse al suo orecchio. Per un attimo sentì solo la sua musica, il volume era troppo alto per sentire gli altri suoni,chiuse la porta... SBAM. Questo lo sentì, eccome se lo sentì; era troppo distratta dalla musica per pensare di dover dosare la forza. Uscì dal cancello e si buttò in strada. Non aveva una meta precisa. Sapeva di voler camminare, ma non sapeva per quanto, sapeva di voler ascoltare un po di musica, ma non sapeva esattamente quale. Si trattava si domande che in quei momenti non hanno importanza: i protagonisti di un film non si chiedono mai per quanto dovranno camminare o che musica farà da sottofondo alla loro passegggiata. Lo stesso doveva fare lei, camminare e godersi la strada percorsa.
Portò la sciarpa sopra il naso. Anche l'olfatto era ormai isolato. All'udito ci pensava la musica. Ora solo la vista manteneva il suo contatto con il mondo esterno. Prese la solita strada, quella che portava un po ovunque, che prendeva ogni volta che si lanciava in una delle sue camminate. Scelse una meta. La vecchia chiesetta in campagna, alla periferia del paese, era perfetta. Con passo sostenuto percorse la sua via e svoltò prima a sinistra, poi subito a destra. Si ritrovò nella via principale. La strada era separata in due parti dalle piazzole alberate. Le piante, da quando stavano li, non avevano mai usufruito di alcun tipo di cure. I rami crescevano indisturbati per metri e metri, carichi di frutti e resina, entrambi sempre pronti ad abbandonare il legno natale e tuffarsi sulle macchine o sulle persone che stazionavano sotto di loro. Più d'una ciocca di capelli era stata tagliata a causa di quelle piante, e ancor di più erano le macchine che avevan conosciuto il carrozziere sotto loro invito esplicito.
Le case scorrevano abbastanza veloci. Le luci provenienti dall'interno delle case, insieme a quelle dei lampioni ,creavano le condizioni adatte per poter passeggiare il tranquillità, sopperendo alla mancanza di luce dovuta alla fase di luna nuova. Passo dopo passo procedeva spedita per la lunga via. Ogni tanto gettò lo sguardo dentro una delle abitazioni. Magari in quelle di conoscenti, con un pizzico di fotuna, avrebbe visto qualche volto familiare. Non si sarebbe fermata, ma ricevere un saluto le avrebbe fatto comunque molto piacere. La via finì, ma i saluti non vennero.
Un po delusa per la sua vana speranza svoltò alla prima a sinistra. Come al solito finì nella zona d'espansione. Da un lato casette a schiera ormai accoglienti e già attive al 100%, mentre dall'altra scavi e bloccheti di mattoni appena ricoperti di cemento. Immaginò di camminare nel mezzo della linea che separa Ying e Yang. Il bianco da una parte e il nero dall'altra. Un divisione netta come poche se ne vedono. Ma questo pensiero volò veloce come il tempo che le ci volle per giungere alla fine della scorciatoia, scavalcare la montagnetta di sabbia e ghiaia e trovarsi nuovamente in una zona più omogenea. Qua le case eran un po più sparute, lontane le une dalle altre, spesso distanziate da un terreno non ancora edificato. Si trovava comunque in una zona periferica, ma le piaceva lo stesso. Era piacevole vedere tante piccole case, una per famiglia, con un piccolo giardino e dei colori più disparati. Oddio, questo non era proprio vero: in quest'ultimo periodo tutte le case venivan dipinte tutte con gli stessi colori, rosa, verde o azzurro, tutti rigorosamente in versione pastello, magari antichizzata. Se proprio andava bene poteva capitare di trovarne qualcuna gialla. Ma lei non fu così fortunata, lo fu molto di più.
Si trovò davanti ad una casa nuova che non aveva mai notato. Doveva esser stata terminata da poco, e abitata da ancora meno. Nel giardino e all'ingresso montagne di scatoloni, alcuni ancora imballati, riempivano tutto lo spazio disponibile. Tutto quel disordine non poteva però rubare lo splendore alla casa: le pareti eterne eran fatte in mattoni, piccoli mattoncini rossi, lucidi, incastrati tra loro nella maniera più classica che si possa immaginare. La casa aveva tre piani, e un lungo loggiato circondava il perimetro del piano terra. Man mano che saliva i piani diventavan sempre più piccoli. L'ultimo era forse la metà del piano terra, ma in compenso aveva una splendida veranda davanti a se. Tegole chiare ricoprivano le falde del tetto, e i due comignoli che lo sormontavano indicavano la presenza di almeno due caminetti all'interno della casa. Non c'era però bisogno di notare questi per accorgersi della presenza di almeno di un camino. Un'enorme vetrata si sostituiva infatti ad una delle pareti della casa, lasciando libera la vista dell'interno. Un gigantesco camineto occupava buona parte della parete a sinistra della vetrata. Era acceso, e la sua luce arancione rendeva magico l'ambiente della casa.
Le luci all'interno erano piuttosto soffuse, non era quindi facile cogliere l'arredo e lo stile dell'abitazione. Al contrario, invece, i due bambini che giocavano davanti al caminetto erano perfettamente distinguibili. Un maschietto ed una femminuccia. Pensò che potevan avere al massimo 5 anni non di più. Si rincorrevano, si strattonavano, saltavano sul divano, sulle poltrone, eran pieni di energia. Erano felici. Spensierati come tanti vorrebbero esserlo. Cercò di capire il gioco, se si trattava di un qualche nascondino o acchiapparelllo. Magari giocavano al bandito e al poliziotto, o più probabilmente non si ponevano queste sciocche domande. Probabilmente si rincorrevano e basta, nulla più.
Li osservò per parecchi minuti, e non intendeva andarsene. Il maschietto scivolò sul tappeto, cadde e sbattè la testa. Cominciò a piangere. La sorellina lo guardò, si avvicinò e lo abbracciò. Lui prima smise di piangere, poi a guardò e reiniziò nuovamente. Stavolta anche la bambina si unì al coro. No riusciva a smettere di osservare quei due bambini che si bbracciavano e piangevano contemporaneamente. Si ricordò di lui, e le tornarono alla mente i loro ultimi incontri. Scacciò quei pensieri, archiviandoli come tempi passati. Si felicitò di quell'allontanamento, perchè con la mente sgombra ebbe la possibilità di godere a pieno della scena che stava per svolgersi davanti a lei.
Un donna comparve sul fondo della sala. Con passo deciso si avvicinò ai bambini. Si chinò e prese il piccolo in braccio. Lo strinse forte a se ed iniziò dondolarlo. Anche lui la abbracciò. Sorrise. Le lacrime come per incanto sparirono dal viso del bambino. La bimba li guardava, seduta in terra, ancora in lacrime. Rapidamente arrivò un uomo. Prese la bambina e senza darle neanche un attimo per capire che stava succedendo la lanciò in aria. Una, due, tre, dicei e più volte. Dopo il primo lancio scoppio in una rista dirompente. Quel faccino rotondo era passato improvvisamente dalla tristezza alla gioia più pura. I genitori si guardarono, dondolarono un po i bambini, poi si baciarono. I due bimbi scimmiottarono il bacio dei genitori, si abbracciarono e poi lei diede un leggero bacio sulla guancia di lui. Il bimbo si pulì la guancia con un gesto di stizza. Forse per lui il gioco era andato un po oltre. I genitori risero.
La bambina guardò fuori dal vetro e per la prima volta notò la spettatrice. Tirò i baffi del padre e gli indicò la ragazza imbacuccata che li osservava dall'esterno. Lui le prese la manina e la mosse in segno di saluto. La lasciò, e la bambina continuò quasi meccanicamente, anche lui salutò.
La mamma nonebbe però la stessa reazione, tuttaltro; si avvicinò alla vetrata e chiuse la tenda.
Il lettore continuava ad andare, così "Un altro giorno è andato" di Guccini svaniva pian piano alle sue orecchie.
Ripensò al gesto della madre. Non l'aveva offesa, anzi, forse avrebbe dovuto lei chiedere scusa. Aveva rubato a quella famiglia attimi di intimità che spettavano solo a loro. Ingiustamente si era sentita anche lei un po parte della scena, aveva preso un po di calore che le aveva scaldato il cuore in quei primi freddi giorni di Dicembre. Si incamminò nuovamente lungo la strada.
Riprese a pensare al calore che le avevan donato quei bambini...

...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!

sabato 18 novembre 2006

C'era una volta - cap.IV

Era sempre stata attratta dalle persone dotate di fantasia, passioni, e i musicisti, così come scrittori e disegnatori, o qualsiasi altra forma di artista, ne avevano da vendere. Purtroppo se ne incontravano sempre più raramente.
Fu soddisfatta da questa sua scoperta. Era come trovare un pozzo di petrolio vicino a casa propria. Era felice. Si, era proprio allegra. Ora doveva solo trovare il modo per attaccare bottone… e la fortuna si schierò dalla sua parte.
    Mancavano pochi minuti alla fine della lezione, e il professore annunciò la nuova esercitazione. Ne proiettò il testo ed iniziò a leggerlo. Lei cominciò a scrivere, il più in fretta possibile, senza ascoltare. Il suo viso passava rapidamente dal suo quaderno alla parete illuminata, non aveva intenzione di perdersi neppure una riga. Lo stesso fece lui; le esercitazioni erano il motivo fondamentale per cui la maggior parte delle persone frequentava il corso. Purtroppo fu troppo lenta. Il professore cambiò foglio proprio quando lei stava per copiare l’ultima formula.
    Le scappò un“Merda”, che suonò stranamente forte, e si voltò verso il quaderno del ragazzo. Cominciarono a ridere. Assieme. §Avevano usato le stesse parole e stessi gesti! Anche lui aveva lanciato la stessa imprecazione e cercato rifugio nel quaderno di lei. Si guardarono e sorrisero. Lo strano imbarazzo che aveva permeato la loro vicinanza per alcune ore era svanito di colpo. Chiesero aiuto ad un collega seduto davanti a loro. Copiarono la formula.
    Lui si chinò per leggere meglio un numero, e il lettore gli cadde dalla tsca. Lei lo raccolse. Era ancora acceso, e nel renderglielo fece a tempo a leggere il titolo della canzone “Volta la Carta”, di Fabrizio DeAndrè. Non solo suonava, ma aveva anche buoni gusti. La situazione si faceva ancora più interessante.
    Chiuse il quaderno e preparò il tascapane. Era pronta ad andar via.
Riprese a pensare alla casualità con cui si evolveva la sua vita…

...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!

lunedì 6 novembre 2006

C'era una volta - cap.III

Quanto tempo sprecato... già, quanto tempo aveva gettato al vento ascoltando quei vecchi e barbosissimi professori! Ore ed ore passate in aula ad ascoltare i prof, quando era circondata da persone da scoprire. Quel ragazzo un po timido e stramboccio sarebbe stato il primo.
    Portava scarpe da tennis ormai consumate dal tempo, delle ADIDAS nere, un paio di jeans scoloriti, larghi e portati ad altezza giusta in maniera da coprire ciò che c'era da coprire, un maglietta nera con disegnato sopra un buffo clown. Era bassottino, un po robusto, "sono un buongustaio" diceva la pancia, con una carnagione scura, quasi mulata. Capelli lunghi fino a metà schiena, di un bel castano chiaro, ben curati e lisci. Gli occhiali sul viso focalizzavano l'attenzione di chi lo guardava sui suoi occhi: ambrati, belli e rarissimi, forse "sprecati su un tipo così" si sarebbe detto. Il viso tondo, appena rasato, faceva da cornice ad una bocca perennemente sorridente, piccola ma pronta ad aprirsi al momento giusto. Le mani; lunghe e affusolate, come poche ne aveva visto! Splendide.
Fondamentalmente non era un granché, anzi era abbastanza bruttino, ma c'era qualcosa che l'attirava!
    Ancora una volta si fece qualche domanda sul perchè del suo studio. Come mai lo stava osservando. Cosa c'era di nascosto in quel ragazzo, il cui nome le sfuggiva, che le stava così vicino. Perchè quell'imbarazzo nell'aria. Non capiva. Non riusciva proprio a spiegarselo. C'era un qualcosa che l'attraeva, non era semplice curiosità, ma qualcosa in più.
Senza arrivare ad una conclusione provò a concentrare la sua attenzione su qualcun altro. Fece una breve panoramica di chi le stava vicino. Quella stronza era proprio davanti a lei. Ovviamente era affiancata dalle altre tre oche e dai loro amici trendy. Che schifo. Continuò a guardarsi attorno. Ecco, quei 2 ragazzi li conosceva, ci aveva parlato una o due volte e sembravano in gamba. Girò ancora la testa. Guarda un po anche loro son di nuovo a lezione. Tante facce, ma nessuna davvero interessante da studiare in quel momento!
    Il ticchettio al suo fianco riprese. Nuovamente nervoso il ragazzo! Forse il professore aveva spiegato un qualche passaggio particolarmente difficile che lei s'era persa. Poco importava, era troppo concentrata nelle sua lezione di "antropologia universitaria" per farsi distrarre da certe quisquiglie. Oh forse no... il professore non aveva spiegato nessun passaggio, aveva solo concesso 10 minuti di pausa. Era così assorta nei suoi studi che non se n'era resa conto. Forse il ragazzo aveva deciso di attirare la sua attenzione per farglielo notare. Che carino. Premuroso forse; forse era una sua caratteristica, magari era un ragazzo alla mano. O magari era solo un banale modo per spostare nuovamente l'attenzione di lei verso di lui. Chissà?
    Si alzò, prese un lettore mp3 che teneva in tasca e andò fuori con un pacchetto di sigarette nell'altra mano. Lei lo seguì con lo sguardo. Poteva esser l'occasione giusta per attaccar bottone. Poteva alzarsi, seguirlo, chiedergli se aveva da accendere, e il gioco era fatto. Da li avrebbe avuto la strada spianata. Si era la cosa migliore da fare... ma non lo fece. Restò seduta e decise di osservarlo. Voleva studiarlo in un momento di relax. Fortunatamente si era seduto sul muretto proprio davanti alla porta. Lui non lo sapeva ma in quel momento veniva sottoposto ad un attento controllo.
    Erica lo osservò molto attentamente, pronta a non perdere neanche il minimo movimento.
Per prima cosa, accese il lettore, pigiò sui tasti alla ricerca di una canzone. Fece un sorriso soddisfatto e si mise gli auricolari. Riprese le sigarette che aveva poggiato sul muro, tirò fuori una scatola di fiammiferi e ne accese una. Un tipo all'antica, ormai più nessuno usava i cerini. Iniziò a guardarsi in torno, cercava qualcuno. Poi scosse la testa un po deluso. Batteva un piede a ritmo, con la mano sinistra teneva la sigaretta, mentre la destra viaggiava avanti e in dietro sul cemento, come un piccolo ragno in preda al panico! Era un movimento veloce e ipnotico. Quelle mani erano davvero irresistibili. Notò che ogni tanto gettava lo sguardo anche nella sua direzione. Lei faceva finta di niente, come se non se ne accorgesse.
    Il professore rientrò in aula. Soffiò sul microfono e la slegò da quei minuti ipnotici. La folla rientrò, sembravano tante piccole formiche impaurite. Lui riprese posizione di fianco a lei. Aprì il quaderno, per 2 ore era rimasto chiuso, che si rivelò essere, non un quaderno di appunti, ma un quaderno pentagrammato. Una marea di segnetti scuri si rincorrevano lungo le righe. Su e giù, su e giu, come un mare in tempesta. Fece scorrere le pagine. Lei guardò attentamente quei fogli, ma non riuscì a cogliere neppure un titolo. Il professore riprese a parlare, e con lui riprese il ticchettio.
    Finalmente le era tutto più chiaro! Ecco il perché dell’ipnotica velocità di quelle mani, ecco cosa l’attirava in quel ragazzo. L’attrazione nascosta era finalmente venuta a galla. Era un pianista.
    Non sapeva come l’aveva capito, ma c’era qualcosa in quel ragazzo che trasudava bellezza, fascino. Ed era proprio questo!
  Era finita... tutto era andato come lei aveva previsto, ma non come avrebbe voluto!
La tristezza aveva avvolto il suo animo; come un lenzuolo leggero era calata su di lei e l'aveva ricoperta, imprigionata forse, sicuramente per mesi era divenuta parte di lei. Per mesi si era tirata dietro questa sensazione, ma finalmente stava passando. Lui forse non aveva capito... non aveva capito che era necessario che si lasciassero e che forse era l'unico modo per poter riallacciare il loro rapporto un giorno. Lei poteva solo aspettare che anche lui se ne rendesse conto!
    Si trovava a lezione, in un enorme aula stracolma di persone, poche sedute, la maggior parte in piedi. Aveva trovato un posto per pura fortuna, ma della lezione che stava per iniziare non le sarebbe rimasto niente, o poco meno di nulla. Il professore fece spegnere le luci. Sembrò che tutti gli enormi lampadari avessero iniziato a produrre buio invece che luce, tutti tranne uno. Già perchè uno solo non si era spento del tutto, anzi oltre a produrre una fastidiosa soffusa e lampeggiante luce violacea, aveva deciso di accompagnarla con un terrbile e snervante ronzio. Ovviamente quel lampadario si trovava sopra la testa di Erica. Che sensazione terribile! Non solo quel rumore era altamente fastidioso, ma riusciva ad essere inquietante, dava la stessa impressione di un vecchio lampadario di qualche fabbrica abbandonata, pronto a regalare i suoi ultimi attimi di luce al mondo prima di cascare in terra, sempre che fosse riuscito a schivare la testa di Erica, e frantumarsi in 1000 pezzi!
    Questa situazione non era certamente tra le più adatte per seguire un docente. Se voi a questo, aggiungete il terribile disagio provocato dalla conoscenza di pochissime persone in aula, ovviamente tutte sedute molto distanti da lei, e il fatto che il proprio vicino stesse manifestando una forma di molesto imbarazzo, probabilmente molto simile alla sua, allora capite perchè di quella lezione dopo tre ore non le sarebbe rimasto nulla!
    Conosceva il ragazzo che stava di fianco a lei, era già capitato di sedersi vicini, oltrettutto era un'amico di una sua collega, per cui poteva dire di conoscerlo, almeno di vista. Ci ripensò un po su... forse ne conosceva anche il nome, ma no le venne in mente. Si sentiva strana, non sapeva cosa fare, cosa dire, anzi non sapeva se fare o dire qualcosa di particolare. La cosa migliore, probabilmente, era stare zitti. Era ovvio. Certo non c'era altro da fare. Certamente... 
...certamente provava uno strano disappunto, una sorta di fastidioso prurito che le diceva di fare qualcosa, magari di parlare, ma non riusciva a trovare il modo per attaccare bottone. Non era una cosa necessaria, ma le avrebbe fatto piacere, forse era il caso che si sciogliesse almeno un po. Se almeno a lezione non coglieva l'occasione per chiacchierare un po, quando mai l'avrebbe potuto fare. Si parlare con gli amici è bello, gradevole, spesos liberatorio, ma fare due chiacchiere con un mezzo conosciuto non è male di tanto in tanto! Anzi spesso si rischia di trovare sorprese inaspettate. 
    Purtroppo non le venne in mente nulla così cercò di seguire la lezione. Impossibile. Dalla sua destra provenivano ogni tanto dei rumori, sospiri, apri e chiudi di penna, mezze parole dette a labbra serrate, tutti elementi che le rendevano impossibile dimenticare la presenza che le stava vicino. Che fare?
    Perchè non trovava qualcosa da dire? Suvvia, stavano seguendo una lezione noiosissima e difficilissima e lei non trovava le parole adatte; sarebbe bastato un "...che Palle!!!" detto a mezza voce per interlacciare un rapporto. Invece ci fu solo il nulla per tutta la prima ora. Durante la seconda ora si rese conto che i rumori continuavano, anzi erano aumentati. Incredibile non poteva essere così molesto. Capiva che anche lui cercasse un modo per attirar la sua attenzione, ma così era troppo, l'unico effetto che otteneva era quello di far passare anche a lei la voglia di parlare. Certi ragazzi proprio non capiscono come attrarre a se una persona, come avvicinarla, ecco perchè poi quando voglion rimorchiare diventano così goffi! Ci son cose dei ragazzi che non capirà mai e poi mai, che esseri strani, troppo diversi da lei, ma anche da tutte le altre ragazze!
    Osservò la sua penna: andava su e giu, con il suo rumorino ritmato click-clack, click-clack. Le scappò un "Grossi" detto sottovoce, poi fece un sospiro... ragionò.
Stava facendo le stesse cose che faceva lui... Era per questo i suoni erano aumentati. Provavano lo stesso imbarazzo, ecco perchè c'era più brusio di prima! Sorrise, e si rese conto che aveva pensato una serie di scemenze poco prima, una dopo l'altra. Non erano così diversi. Tutt'altro erano profondamente uguali. 
    Decise di ascoltare più profondamente quei rumori, e lo fece con una concentrazione tale che se l'avesse dedicata al prof si sarebbe potuta aspettare solo una 30 in quell'esame. Ogni tanto gettava uno sguardo nella sua direzione, provava a sbirciarne il quaderno, si sentiva un po strana! In questo attacco di stupidità le venne in mente "T.V.U.M.D.B. " degli Elio e le Storie Tese. Descriveva un incontro fulmineo tra un ragazzo ed una ragazza, un amore che nasce e muore su un bancone di un bar, ovviamente il tutto colorato da una situazione a da discorsi non proprio aristotelici. Rise da sola. Si sentì osservata. Rise di più. Poi sorrise. Le venne voglia di ascoltarla.
    Mise una delle cuffie del lettore e salutò la lezione un'ora prima. Rimase in aula.
Riprese a pensare al ragazzo seduto di fianco a lei...

...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!

martedì 24 ottobre 2006

C'era una volta - cap.II

   Sentì uno strano calore sul viso... il sole era già alto, e come tutte le mattine le illuminava il volto, quasi fosse una dolce carezza le ricordava che sarebbe dovuta scendere dal letto e iniziare una nuova giornata.
    Non ricordava a che ora fosse andata a dormire la sera precedente, sicuramente molto tardi, ma non più tardi di tante altre volte. Erano andati a bersi una birra in compagnia di altri due amici che non vedevano da tempo. Un locale nuovo, così, tanto per cambiare, per prendere un po d'aria, per vedere un po di gente diversa dal solito. Ricordava di aver parlato poco la sera, si sentiva un'estranea, lontana dalle persone che le stavano così vicino, lontana dalla persona che voleva più vicina. Lui era stato gentile come sempre, dolce, tutto abbracci e sorrisi. Lui ci credeva ancora, ma lei no. Non ne poteva più, e sapeva che l'avrebbe perso se fossero andati avanti così. Forse si erano già spinti oltre il limite. Aveva provato e riprovato, ma non c'era nulla da fare. Gli voleva bene, più che a un fratello, molto di più, ma non abbastanza. Razionalmente sarebbe stato il ragazzo perfetto, l'unica persona sulla faccia sulla terra che potesse completarla, l'altra metà della mela di cui tanti parlano. Forse lo era, ma la perfezione non faceva per lei! 
    Questo si era detta la sera precedente; questo aveva pensato nel mentre che il suo sguardo annegava dentro al bicchiere. Aveva osservato il boccale poggiato sul tavolo per ore, così calmo e lento, con quei residui di schiuma che dopo ogni sorsata scivolano nuovamente verso il fondo, le gocce d'acqua che ne percorrevano i bordi per finire il loro tragitto sul tavolo. Aveva giocato con quel piccolo laghetto che si formava a fianco al bicchiere. Si era divertita a scrivere con l'acqua, e istintivamente ne aveva scritto il nome. Lui lo vide, e sorrise, felice perchè tutto stava andando al meglio, e quello ne era un segnale... almeno questo credeva lui. Invece no! Tutto andava a rotoli; Erica lo voleva al suo fianco, ma non come suo compagno, ma come un amico, come il migliore amico di cui lei aveva sempre avuto bisogno!
    Usciti dal locale eran andati al solito posto. Lo odiava, lo trovava squallido, non capiva questo patetico rito, almeno nel loro caso. Si sentiva obbligata nei suoi confornti, non lo faceva per desiderio o passione, solo per un obbligo ironicamente morale. Era la normalità, era giusto che succedesse, ma lei non voleva. Non sentiva la spinta di andare a letto con lui, ma lo faceva per lui. Se fosse stato un'altra persona, se fosse stata la persona giusta, il suo vero amore, allora sarebbe stato splendido. Era sicura che avrebbe aspettato quel momento ogni sera, con gioia e trepidazione. Ma così non era. Non era la persona giusta. Era premuroso, dolce, sempre bendisposto nei suoi confronti, a volte un po burbero, ma sempre pronto a starle vicino nei momenti più importanti, in tutti quei momenti in cui lei aveva avuto bisogno di lui, e ancora una volta si disse che forse era perfetto. Poi cambiò idea... mancava quel "non so che"... quel qualcosa che avrebbe reso la loro storia perfetta. Doveva finire.
    Lanciò via le coperte e balzò giu dal letto, piena di quella vitalità che la invadeva tutte le mattine. Per molti il risveglio era un qualcosa di traumatico, un momento molto delicato in cui era possibile effettuare solo poche e necessarie operazioni. Non riuscivano ad essere attivi da subito, passavano lunghi minuti in uno stato che non era ne sveglio ne addormentato, quasi come se tutti i loro neurotrasmettitori fossero intorpiditi, bloccati dal freddo. Lei no. A meno che non fosse particolarmente stanca, non avesse fatto baldoria per una settimana di fila, poteva fare qualsiasi cosa da appena sveglia, non doveva carburare come gli altri. Si sentiva pronta ad affrontare un lunga camminata o una pesantissima lezione. La mattina presto era davvero fortissima, peccato che spesso il suo caratteraccio venisse meno la sera.
    Guardò i vestiti sporchi buttati ai piedi del letto. Verificò che non ci fossero tracce della serata precedente e poi li mise nel cestone della roba sporca. Uscendo dal bagno incrociò suo fratello. Lo vide arrossire e scappare in camera. Vederla in camicia da notte gli faceva sempre questo effetto, e lei continuava a non capirlo. Non era una ragzza come le altre, era sua sorella, non poteva fantasticare su sua sorella, non era naturale. Avessero avuto tanti anni di differenza forse lo avrebbe capito, ma lei era più grande di soli tre anni. Rise ripensando al giorno in cui lui l'aveva trovata nuda in camera sua a rovistare tra le magliette. Ad Erica ogni tanto piaceva mettere magliette da ragazzo, così gliene rubava qualcuna ogni tanto, ovviamente senza permesso. Lui era entrato in camera, vestito come al solito con dei pantaloncini una maglietta sportiva, e lei si era girata nella sua direzione, mostrando le sue nudità con grande naturalezza. Diventò tutto bianco, poi arrossì di colpo, e infine scappò via dalla camera. Si era messa a ridere, aveva continuato a rovistare tra le magliette, preso quella che le interessava, era tornata nella propria camera, si era vestita, e infine era scesa al piano inferiore. Lui era al computer. Si avvicinò, lo abbracciò e gli disse all'orecchio "Ti voglio bene... ma quando cresci?", poi uscì di casa... 
    Ripensare a quel fatto la mise di buonumore, forse oggi era il giorno adatto per affrontarlo, per mettere con lui le cose in chiaro, e forse tornare nuovamente ad essere amici. Accese il PC, cercò fra i suoi MP3 e mise su un album. "Babilonia", degli IPNOTICA. Aspettò che l'aria fosse pervasa dalla musica, canticchiò una canzone a mezza voce, si fece una gran risata ed iniziò a riassettare il letto. Riprese a pensare alla giornata che l'attendeva...

...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!

mercoledì 18 ottobre 2006

C'era una volta - cap.I

 Spense il motore, poi le luci, tolse le chiavi dal quadro e la radio si zittì; raccolse lo zaino e tutte le sue cose, scese dalla macchina e chiuse lo sportello, poi premette automaticamente il tasto ruvido sulla chiave. Le freccie lampeggiarono e si sentì il solito clack della serratura che si chiude. Aprì il cancello ed entrò in giardino. premette nuovamente il pulsante, meccanicamente, sempre col dubbio di essersene dimenticata un attimo prima.
Cercò le chiavi nello zaino e col solito casino attraversò la porta cigolante. Sua madre era ancora sveglia: la luce della camera si intravedeva anche dal piano inferiore. Non perderà mai il vizio di attenderla sveglia, facendo finta di leggere e mangiando caramelle e dolcetti a volontà. Ricorda da sempre sua madre sdraiata nel letto a mangiare qualcosa, e in particolare ricorda delle enormi buste, simili a quelle dei biscotti, con dentro dei mezzi wafer, un po più grossi del normale, che sua madre comprava sempre quando lei era piccola.
Salì su per le scale, e senza neppure incorciarne lo sguardo le diede la buonanotte. La luce si scomparve pochi minuti dopo, come sempre. Un sorriso le decorò il viso.
    Entrò in camera sua, accese la luce e aprì un'anta dell'armadio. L'enorma specchio rifletteva la sua figura. Ora guardava se stessa e si piaceva. Si, si piaceva! E non si vergognava a pensarlo ne tantomeno a dirlo, era orgogliosa di se stessa e del suo aspetto. I capelli castani, quasi biondi, portati appena sotto le orecchie, i suoi occhi di un particolarissimo verde scuro con quel taglio un po romboidale, con l'estremità interna più in basso rispetto alla punta esterna, il viso un po allungato e le labbra carnose, ma non troppo. Le piaceva il suo viso, e anche il suo fisico; era slanciata, in carne il tanto giusto, con un seno di tutto rispetto, che non disdegnava di mettere in risalto di tanto in tanto, e un sedere che poteva tranquillamente definire "bello". Si, si piaceva! E se fosse stata un ragazzo si sarebbe fatta in quattro per uscire con se stessa.
    Guardò i suoi vestiti; gli scarponcini leggeri, di un nocciola un po scuro e rovinati dal tempo, coperti dai jeans a zampa, portati un po in basso, in maniera da far intravedere il tanto necessario per far sbizzarrire la fantasia dei ragazzi, e infine la maglietta rossa a righe bianche. Le arrivava giusto sotto l'ombelico, non attillata, con le maniche corte, e un girocollo piuttosto ampio. Adorava questa maglietta, e in particolare le piacevano quei due tagli che lasciavano scoperte le spalle. Si sentiva a suo agio vestita così, adorava quell'abbigliamento, e viveva con la costante paura che la moda la obbligasse a cambiare il suo stile. Spesso le era capitato di non trovare nulla che le piacesse nei banconi dei negozi, e tante volte era capitato che non si comprasse abiti per quasi un anno. Questa sua costante paura l'aveva spinta a farsi regalare, qualche anno prima, una macchina da cucire, con la speranza di riuscire a crearsi da sola i propri abiti. Purtroppo i suoi risultati raramente erano quelli sperati.
    Chiuse l'armadio dopo pochi istanti, e aprì la finestra. Si ritrovò in balcone, attirata all'esterno dalla leggera brezza che tirava quella notte. Rientrò in camera, prese il tabacco le cartine e l'accendino, poi tornò sul balcone. Sicura che sua madre e suoi fratelli ormai stessero dormendo si sedette sul cornicione. Prese il trinciato e iniziò prepararsi il suo antistress. Aveva iniziato a fumare da poco, e in vita sua aveva provato solo una volta a fare un tiro prima di diventare una fumatrice. Non fumava molto, ma già il fatto di comprare tabacco e cartine, e di non andare mai in giro senza l'accendino, erano dettagli che la rendevano già una fumatrice per il suo modo di veder le cose.
    Era seduta sul marmo, con una gamba piegata e l'altra a penzoloni sul vuoto. Accese la sigaretta. Il calore le penetrò nella gola, poi giù verso i polmoni. Ne assaporò per un po il gusto, e poi emise una lunga fumata. Immaginava di poter fare i cerchi come tante volte li aveva visti fare da suo padre, e da tutti i Cow-Boys protagonisti dei film western tanto amati da lui.
Poggiò la testa sul muro. Quasì la sbattè. Era triste, triste come lo era stata diverse volte durante quest'anno. Era già passato un anno da quando stavano assieme, ma si conoscevano da molto più tempo, almeno sette anni. Sei di questi li avevano passatti ad essere sempre più vicini, sempre più complici, sempre più schietti e sinceri l'uno con l'altra. Sei anni nei quali erano diventati veri amici. Situazioni del genere si verificano raramente, ma a volte capitano. Già! Anche lei si era stupita di quel che era successo. Solitamente ogni ragazzo che si avvicinava a lei aveva un solo scopo; detto così sembra qualcosa di negativo, ma non lo è. Lei piaceva, ed era ovvio che i ragazzi fossero attratti da lei. Tanti, ma non lui. Per sei anni eran stati solo due amici senza nessuna attrazione fisica o coinvolgimento sentimentale, poi una festa aveva rovinato tutto.
    La musica e un po di alcool avevan fatto da filtro magico, si eran abbracciati e quindi baciati. Dopo un bacio e visto il loro rapporto, il mettersi assieme sembrò ad entrambi la cosa più normale del mondo. Ma si sbagliarono, o almeno questo pensava Erica nel mentre stava seduta su quel cornicione a fumare la sua sigaretta. Una lacrima le attraversò il viso, e si affiancò al sorriso che già le aveva colorato il viso. Non smetteva di sorridere, perchè pensava a tutto ciò che di bello c'era stato tra loro, ma non riusciva neppure ad esser felice. Non capiva perchè certi atteggiamenti, che un tempo eran qualcosa di sincero e spontaneo, ora fossero diventati un obbligo, delle pesanti costrizioni. Gli abbraci di cui gioiva un anno prima, erano adesso oppressivi e meccanici, lo faceva perchè doveva, non perchè volesse. E gli abbracci eran solo un aspetto, ma tutti gli altri ve li lascio immaginare.
    All'improvviso i suoi pensieri furono interrotti. "...sei il colore che, non ho, e non trasformerò..." Bianca, degli Afterhours. Non sapeva perchè le fosse venuta in mente quella canzone, ma le venne voglia di ascoltarla. prese il lettore, mise il cd, indossò gli auricolari, cercò la traccia giusta e premette il tasto play. Riprese a pensare a lui...

...continua...

...Sacra & Pura Follia!!!